Una porta lasciata socchiusa, una giacca indossata nel cuore della notte, la richiesta insistente di tornare a casa anche quando si è già nella propria abitazione: il vagabondaggio nella demenza può presentarsi così. Per chi assiste, ogni allontanamento sembra un'emergenza. Per la persona con demenza, invece, spesso è un tentativo di rispondere a un bisogno reale che non riesce più a esprimere con le parole.

Affrontare questo comportamento non significa limitare la libertà a ogni costo. Significa rendere l'ambiente più sicuro, osservare ciò che accade prima dell'uscita e costruire abitudini che diano orientamento, conforto e dignità. Alcune situazioni richiedono il supporto del medico o di professionisti esperti, ma molti accorgimenti quotidiani possono alleggerire fin da subito la preoccupazione della famiglia.

Che cos'è il vagabondaggio nella demenza

Con il termine vagabondaggio si indica il camminare senza una meta riconoscibile, il tentativo di uscire da casa o dalla struttura, il girovagare ripetitivo nelle stanze o la ricerca di luoghi e persone del passato. Non è un comportamento volontariamente oppositivo né un capriccio. Nelle persone che vivono con Alzheimer o altre forme di demenza, può essere legato al disorientamento nel tempo e nello spazio, al bisogno di muoversi o al desiderio di raggiungere qualcosa che appare familiare.

La frase "voglio andare a casa" è un esempio frequente. A volte la casa cercata è quella dell'infanzia, altre volte rappresenta una sensazione: sicurezza, appartenenza, la presenza di una persona cara. Correggere con fermezza o ricordare ripetutamente che quella persona è già a casa raramente calma la situazione. È più utile chiedersi quale bisogno stia comunicando.

Non ogni passeggiata è vagabondaggio. Muoversi, camminare in giardino o percorrere un corridoio accompagnati può essere un'attività positiva, se sicura e gradita. Il problema nasce quando la persona rischia di perdersi, esporsi al traffico, al freddo, a una caduta o quando l'agitazione rende difficile accompagnarla.

Perché accade: osservare prima di intervenire

Il comportamento può comparire in momenti diversi della malattia e con intensità variabile. Spesso ha una causa immediata, concreta e modificabile. Fame, sete, bisogno di usare il bagno, dolore, stipsi, prurito, indumenti scomodi o troppo caldi possono trasformarsi in irrequietezza e ricerca di un'uscita.

Anche l'ambiente pesa molto. Una stanza rumorosa, luci troppo forti o troppo deboli, molte persone che parlano insieme, un cambio di routine o la presenza di estranei possono aumentare la confusione. Nel tardo pomeriggio e alla sera alcune persone diventano più agitate: la stanchezza, le ombre e la minore capacità di orientarsi possono rendere quel momento particolarmente delicato.

Talvolta il vagabondaggio nasce da un'abitudine consolidata. Chi per anni è uscito per lavorare alla stessa ora, ha accompagnato i figli a scuola o ha fatto una passeggiata quotidiana può continuare a sentire quel richiamo. In altri casi è una reazione alla noia, alla solitudine o all'energia accumulata durante una lunga giornata passata seduti.

Tenere per alcuni giorni un piccolo diario aiuta più di quanto sembri. Annotare orario, luogo, cosa stava accadendo prima, pasti, riposo, visite e reazione dell'assistito permette di cogliere schemi ricorrenti. Se il tentativo di uscire avviene sempre prima di cena, per esempio, si può programmare prima un'attività tranquilla o una breve camminata accompagnata.

Rendere sicura la casa senza farla sembrare una prigione

La sicurezza funziona meglio quando è discreta e rispettosa. L'obiettivo non è sorvegliare ogni gesto, ma ridurre le occasioni di pericolo e rendere più semplice per la persona restare in un luogo rassicurante.

È utile mantenere liberi i passaggi, fissare tappeti e cavi, scegliere calzature chiuse e antiscivolo e assicurare una buona illuminazione, soprattutto nel tragitto verso il bagno. Una luce notturna soffusa può prevenire cadute e confusione. Se la persona tende a cercare l'uscita di notte, conviene verificare anche la qualità del sonno, l'eventuale necessità di andare in bagno e gli effetti di farmaci o bevande assunte la sera, sempre confrontandosi con il medico.

Porte e cancelli devono essere gestiti con attenzione. Sistemi di avviso, campanelli o sensori possono informare chi assiste senza creare un clima di controllo continuo. Chiavi, borse e cappotti possono essere riposti fuori dalla vista se diventano un forte stimolo all'uscita. Tuttavia, chiudere una persona a chiave o usare mezzi di contenzione non è una risposta ordinaria al vagabondaggio: può aumentare paura, rabbia e rischio di lesioni. Ogni limitazione deve essere valutata con professionisti, nel rispetto delle norme e della dignità della persona.

Può essere utile avere sempre una fotografia recente, i recapiti aggiornati e un documento o un braccialetto identificativo con nome e numero di telefono del familiare. Se la persona esce, questi dettagli possono fare una grande differenza. Per chi è autonomo in parte e accetta di indossarli, esistono anche dispositivi di localizzazione: sono strumenti di protezione, non sostituti della presenza, del dialogo e della valutazione dei rischi.

Come rispondere quando vuole uscire

Quando la persona è agitata davanti alla porta, spiegazioni lunghe e discussioni logiche tendono a peggiorare il disagio. Meglio avvicinarsi con calma, usare un tono basso e riconoscere l'emozione: "Capisco che vuoi andare in un posto che ti fa stare bene". Poi si può proporre un gesto concreto: bere qualcosa, guardare una fotografia, sistemare insieme un asciugamano, fare due passi in casa o uscire per una breve passeggiata accompagnata se le condizioni lo consentono.

Non sempre la distrazione funziona e non sempre è giusto insistere. Se la persona continua a voler camminare, accompagnarla in un percorso sicuro può essere preferibile a bloccarla. La scelta dipende dalle sue capacità motorie, dal livello di orientamento, dal contesto e da quanti aiuti sono disponibili. Una persona stabile, abituata a camminare e seguita da un familiare richiede soluzioni diverse rispetto a chi ha problemi di equilibrio, usa un ausilio o è molto confusa.

Le parole contano, ma anche il corpo. Stare di fronte alla persona, offrire il braccio senza strattonare, evitare rimproveri e dare una sola indicazione alla volta aiuta a non aumentare la tensione. Se si teme un pericolo immediato, bisogna mettere la sicurezza al primo posto e chiedere supporto a familiari, vicini o servizi di emergenza secondo la situazione.

Routine, movimento e comfort: una prevenzione quotidiana

Una giornata prevedibile riduce molti episodi di irrequietezza. Orari abbastanza regolari per alzarsi, mangiare, riposare e svolgere piccole attività offrono punti di riferimento anche quando la memoria si indebolisce. Non serve riempire ogni minuto: alternare stimoli semplici e pause è spesso più efficace di un programma troppo affollato.

Il movimento programmato merita spazio. Una camminata accompagnata, esercizi adatti alle capacità della persona, qualche attività domestica sicura o un momento all'aria aperta possono soddisfare il bisogno di muoversi e favorire il sonno. Per chi ha mobilità ridotta, anche cambi di posizione regolari, esercizi guidati e l'uso corretto di ausili possono evitare che il disagio fisico si trasformi in agitazione.

Anche l'abbigliamento partecipa al benessere. Pigiami e indumenti morbidi, facili da indossare e adatti alla temperatura della stanza aiutano a limitare fastidi durante il riposo e le cure igieniche. In presenza di incontinenza o necessità di assistenza notturna, capi con aperture funzionali possono rendere più semplici i cambi, evitando manovre brusche e una completa svestizione che potrebbe svegliare o confondere la persona. La praticità deve andare insieme al rispetto: un capo sanitario deve proteggere senza far sentire chi lo indossa spogliato della propria identità.

Quando contattare il medico o chiedere aiuto

Un aumento improvviso del vagabondaggio, soprattutto se accompagnato da confusione nuova, febbre, dolore, sonnolenza insolita, cadute, aggressività o cambiamenti marcati dell'appetito, richiede un contatto medico. Nelle persone fragili, un'infezione, un problema urinario, la disidratazione, il dolore o una modifica della terapia possono manifestarsi prima di tutto come agitazione.

È opportuno confrontarsi con il medico anche quando il comportamento diventa frequente, mette in pericolo la persona o supera le energie di chi assiste. Geriatra, neurologo, medico di base, infermiere, terapista occupazionale e servizi territoriali possono aiutare a valutare l'ambiente, la routine, i farmaci e le risorse disponibili. Chiedere aiuto non significa non essere capaci: significa proteggere meglio entrambi.

Chi presta assistenza merita la stessa attenzione. Vivere in allerta, temere che una persona cara esca o si perda, interrompe il sonno e consuma molte energie. Organizzare turni, informare persone fidate e ritagliarsi pause realistiche permette di mantenere quella calma che, nei momenti difficili, diventa una delle forme più concrete di cura.

Dietro un passo verso la porta c'è spesso una domanda che non riesce a trovare voce. Accoglierla con sicurezza, comfort e pazienza aiuta la persona con demenza a sentirsi meno smarrita e chi le sta accanto a ritrovare un po' di serenità nella routine di ogni giorno.

31 أكتوبر 2026 — Admin